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Giovanni Maver | odontotecnico posturo consapevole

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Placca di reset e bite di riprogrammazione: perché non sono la stessa cosa

Questo articolo nasce da una rielaborazione divulgativa di contenuti pubblicati originariamente nel 2018, successivamente approfonditi ed evoluti nel Metodo AEP® System.



Placca di reset AEP e bite di riprogrammazione AEP con funzioni differenti nel Metodo AEP® System
Placca di reset e bite di riprogrammazione AEP®: due dispositivi con funzioni diverse e complementari all’interno del percorso terapeutico del Metodo AEP® System.

Nel Metodo AEP® System placca di reset e bite di riprogrammazione svolgono funzioni differenti e complementari.

Quando si parla di bite, spesso si tende a utilizzare questo termine per indicare qualsiasi dispositivo rimovibile applicato ai denti.

In realtà non tutti i dispositivi svolgono la stessa funzione.

Nel Metodo AEP® System viene fatta una distinzione precisa tra due strumenti con obiettivi completamente differenti:

  • placca di reset AEP
  • bite di riprogrammazione AEP

Comprendere questa differenza è importante per capire la logica dell’intero percorso terapeutico.

Non tutti i bite sono uguali

Il termine bite viene spesso utilizzato in modo generico.

Nella pratica clinica, però, esistono dispositivi differenti per:

  • materiali;
  • forma;
  • posizione;
  • modalità di utilizzo;
  • obiettivi terapeutici.

Per questo motivo non è corretto considerare tutti i bite equivalenti.

Ogni dispositivo nasce per rispondere a esigenze specifiche.

La placca di reset: ridurre i condizionamenti

Nel Metodo AEP® System il primo dispositivo è rappresentato dalla placca di reset AEP.

Il suo obiettivo non è imporre una nuova posizione mandibolare.

L’obiettivo è ridurre il condizionamento esercitato dai contatti dentali, permettendo al sistema stomatognatico di esprimere progressivamente una condizione funzionale più libera dai compensi sviluppati nel tempo.

Nel percorso AEP® la placca viene generalmente utilizzata nelle ore notturne e viene controllata periodicamente dal medico attraverso regolazioni effettuate ogni 3 settimane per circa 4/6 mesi.

👉 Approfondisci anche: Il corpo compensa sempre: perché alcuni dolori restano silenti

Perché prima si osserva e poi si stabilizza

Una delle differenze del Metodo AEP® System consiste nel non stabilizzare immediatamente una posizione mandibolare.

Prima si favorisce il reset del sistema e se ne osserva la risposta.

Solo successivamente, se le condizioni cliniche lo consentono, si valuta la possibilità di stabilizzare la posizione raggiunta.

Questo permette di distinguere due fasi differenti:

  • ricerca dell’equilibrio;
  • eventuale stabilizzazione.

Il bite di riprogrammazione

Quando il sistema mostra una risposta favorevole, può essere utilizzato un bite di riprogrammazione AEP.

Il suo compito non è ricercare una nuova posizione.

Il suo compito è mantenere in modo stabile e reversibile la posizione funzionale individuata durante la fase precedente.

In questo modo è possibile verificare se i benefici ottenuti durante la fase di reset si mantengono anche durante le normali attività quotidiane e valutare nel tempo la risposta del sistema prima di eventuali trattamenti definitivi.

Un percorso completamente reversibile

Uno degli aspetti caratteristici del Metodo AEP® System è la gradualità.

Prima si resetta e si osserva.

Poi si verifica la risposta.

Infine, solo se i risultati sono stabili e soddisfacenti, si può programmare una riabilitazione definitiva.

Questo rende il percorso progressivo e reversibile nelle sue fasi iniziali.

L’obiettivo non è il dispositivo

Nel Metodo AEP® System il protagonista non è il bite.

Il protagonista è l’equilibrio funzionale del paziente.

La placca e il bite rappresentano strumenti con funzioni differenti all’interno di un metodo che mira a comprendere e rispettare l’equilibrio funzionale individuale.

Per questo motivo dispositivi apparentemente simili possono avere obiettivi completamente diversi.

Nel Metodo AEP® System la placca di reset e il bite di riprogrammazione non rappresentano due alternative, ma due fasi successive di un unico percorso finalizzato alla ricerca e alla verifica dell’equilibrio funzionale del paziente.

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👉 Scopri il Metodo AEP® System
https://www.giovannimaver.it/it/aep-system.php

Approfondimento tecnico

I principi descritti in questo articolo sono stati progressivamente sviluppati nel Metodo AEP® System e approfonditi attraverso casi clinici, pubblicazioni e attività congressuali.

Per approfondire:

👉 Rassegna Stampa
https://www.giovannimaver.it/it/rassegna-stampa.php

3 comments for “Placca di reset e bite di riprogrammazione: perché non sono la stessa cosa

  1. 26 Febbraio 2018 at 10:11

    Ho trovato questo post su Facebook, e incuriosito sono venuto a leggere quanto scritto su questa pagina.
    Purtroppo leggo molte inesattezze, che vengono scritte e divulgate ancora da chi ha poca esperienza clinica con i pazienti disfunzionali. Sui “Bite” si scrivere di tutto ma senza vera conoscenza applicativa sui pazienti, e si scrive più per idee proprie o per averle lette in giro da altre persone che non per aver applicato per decenni e decenni i “Bite” su migliaia di pazienti. La letteratura internazionale seria dice altro che è molto differente da quanto scritto nella pagina: “L’utilizzo di placche e bite, ha lo scopo di modificare la posizione mandibolare quando è patologica; cioè, quando a bocca chiusa i denti vincolano tra loro mandibola e mascella, innescando delle tensioni o dolori muscolari/articolari alla bocca o al resto del corpo……. Il vincolo dentale lo riporta lentamente verso la situazione di patologia”
    Qui infatti si parla ancora di OCCLUSIONE e POSIZIONE PATOLOGICA IMPOSTA DAI DENTI.
    Mi dispiace ma non sono i denti la causa delle disfunzioni e i bite non vanno più gestiti sulla base della regolazione sui contatti occlusali. L’occlusione è caso mai la vittima ma non certo la causa.
    Un cordiale saluto Alessandro Rampello

    • 27 Febbraio 2018 at 9:06

      Grazie per il tuo commento Alessandro, sono convinto che lo scambio costruttivo sia il modo per crescere e maggiore è la differenza di opinioni, maggiore è la possibilità di crescita. Concordo con te sul fatto che i denti non causano la disfunzione, ma sono le vittime che fissano il rapporto intermascellare. Ho visitato la tua pagina è ho visto il bite cognitivo – rieducativo – propriocettivo RIPARA®, bello il concetto degli equilibri reciproci e della stimolazione della lingua abbinata a esercizi rieducativi.
      In merito al resto del tuo post penso di essere stato frainteso, il mio intento era: nella prima parte dell’intervento evidenziare proprio che bite e placche sono termini generici e vi possono essere differenti obiettivi terapeutici, modi di progettare, costruire, funzionalizzare e …le placche i bite e gli altri presidi terapeutici. Credo che tutti in linea generale possano essere ritenuti validi, fintanto che migliorano lo stato di salute del paziente. Nella seconda parte dell’intervento, mettevo come esempi placca e bite che con i medici con cui collaboro abbiamo messo a punto. L’obiettivo è con la placca di resettare il sistema e con il bite di riprogrammare il sistema. Sono un odontotecnico protesista e mi occupo di interazioni tra bocca e postura dal 92 con i team protesici di cui faccio parte, l’obiettivo che ci prefiggiamo è ove necessario, lo stabilizzare la situazione protesicamente. Il fine di placca e bite in relazione a ciò, è testare il sistema prima di apportare qualsiasi modifica definitiva. Un esempio di questa logica di lavoro le trovi nei due articoli che abbiamo pubblicato su “TEAMWORK Clinic” e che sono disponibili in pdf al link. http://www.giovannimaver.it/articoli/09.pdf
      http://www.giovannimaver.it/articoli/06.pdf .
      Se ti va leggerli e poi risentirci per darmi la tua opinione mi farebbe piacere. Buona serata.

  2. 26 Febbraio 2018 at 10:12

    riprovo invio:
    Ho trovato questo post su Facebook, e incuriosito sono venuto a leggere quanto scritto su questa pagina.
    Purtroppo leggo molte inesattezze, che vengono scritte e divulgate ancora da chi ha poca esperienza clinica con i pazienti disfunzionali. Sui “Bite” si scrivere di tutto ma senza vera conoscenza applicativa sui pazienti, e si scrive più per idee proprie o per averle lette in giro da altre persone che non per aver applicato per decenni e decenni i “Bite” su migliaia di pazienti. La letteratura internazionale seria dice altro che è molto differente da quanto scritto nella pagina: “L’utilizzo di placche e bite, ha lo scopo di modificare la posizione mandibolare quando è patologica; cioè, quando a bocca chiusa i denti vincolano tra loro mandibola e mascella, innescando delle tensioni o dolori muscolari/articolari alla bocca o al resto del corpo……. Il vincolo dentale lo riporta lentamente verso la situazione di patologia”
    Qui infatti si parla ancora di OCCLUSIONE e POSIZIONE PATOLOGICA IMPOSTA DAI DENTI.
    Mi dispiace ma non sono i denti la causa delle disfunzioni e i bite non vanno più gestiti sulla base della regolazione sui contatti occlusali. L’occlusione è caso mai la vittima ma non certo la causa.
    Un cordiale saluto Alessandro Rampello

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